venerdì 6 aprile 2012


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Si va avanti, Non ci si ferma, Non si pensa che tanti bambini, donne e anziani potrebbero bruciare vivi, non interessa, 
intanto sono solo Rom o Sinti

Inizio.






5 minuti dopo


SGOMBERI FORZATI E STRANI ROGHI

E’ ancora successo. E’ stranamente andato in fiamme l’insediamento rom di via Sacile a Milano, all’alba di ieri. Nel silenzio generale. Come nel caso del recente incendio del campo del Parco della Marinella a Napoli, anch’esso valutato “accidentale” (malgrado fosse avvenuto a poca distanza da una manifestazione organizzata dal Pdl contro di esso). Come se fosse normalmente “accettato” che i campi rom vadano a fuoco in questo Paese. Una strana catena di fatti: campagna popolare contro i cosiddetti “nomadi”, interventi repressivi, incendi… Spesso perché al suo posto è previsto un centro commerciale, nel caso milanese, il prolungamento della strada Paullese e di un condotto fognario. Un rogo forse non del tutto casuale quindi, in altre parole l’imposizione delle leggi del mercato con la forza contro il suo “anello debole”?
I circa 300 abitanti di via Salice si erano insediati in queste condizioni inaccettabili, senza acqua né luce, non per scelta, ma perché spostati e “sgomberati”, alcuni più di 5 volte, dalla Giunta precedente; che in 5 anni ha effettuato circa 450 sgomberi a Milano. La precarietà abitativa dei rom è il prodotto di sgomberi ripetuti, senza alcun piano di azione. Le associazioni milanesi della Federazione Rom e Sinti chiedono al Comune un progetto e una soluzione abitativa duratura, come spiega Dijana Pavlovic, attrice e mediatrice culturale rom.
Il caso di Milano non è però isolato. Dal 2007 a oggi, l’escalation di politiche discriminatorie nutrite di antiziganismo è una realtà preoccupante che spesso non è raccontata dai media. Sui Rom e Sinti, come gruppo, sono piovute le cosiddette misure di “emergenza” del “pacchetto sicurezza”, alcune esplicitamente discriminatorie: censimenti in insediamenti abitati esclusivamente da Rom, raccolta non volontaria delle impronte digitali, strapotere conferito ai Prefetti. Leggere: espulsioni e arresti, smantellamenti di tutti i loro campi e abusi quotidiani dalle forze dell’ordine.
Come notava il Rapporto 2012 sull’Italia della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI): “Per i campi autorizzati, la pratica dominante è ancora quella di relegare i Rom in aree lontane dai centri urbani, il che equivale a una segregazione, stigmatizza le persone e pone seri problemi per la loro integrazione; per quanto riguarda i campi abusivi, le condizioni sanitarie sono particolarmente deplorevoli. In molte città si è assistito a demolizioni dei campi abusivi e a sgomberi forzati e pare che il loro numero sia aumentato dal 2008, il che peggiora la discriminazione contro i Rom in altri settori della loro vita”.
L’Ecri puntava il dito sulla radice del problema: la relazione che esiste tra le decisioni adottate dai politici e il clima molto negativo rispetto ai rom. E’, infatti, nel linguaggio che si rafforzano i pregiudizi esistenti. Nell’uso improprio della parola “nomadi”, per etichettare cittadini che per la metà sono italiani e appartengono a gruppi che vivono in Italia da secoli. Nel uso dei termini “catapecchie” o “favela” (Leggo); ma il lessico peggiore si legge nelle dichiarazioni di de Corato Pdl: “campo nuovamente ripopolato di nomadi abusivi” (Asca); in un crescente linguaggio guerriero che lascia intendere che sarebbe in corso una guerra tra istituzioni “intitolate” allo “sgombero” di fronte ad una pseudo “invasione” barbara, una presunta minaccia per la pubblica sicurezza. Le parole si sa, sono armi. Combattere l’uso di discorsi xenofobi e anti-rom da parte di esponenti politici, come raccomanda l’Ecri alle autorità italiane dal 2006, è ormai urgente…

LUnità 
05 aprile 2012

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giovedì 5 aprile 2012


RAZZISMO,
 ONU  “PREOCCUPATI CHE IN ITALIA NON CI SIA UN’ISTITUZIONE INDIPENDENTE DI MONITORAGGIO 

L’intervento di una componente della Commissione Onu per l’eliminazione delle discriminazioni razziali al convegno “Mediamente diversi” organizzato dall’Unar presso la Presidenza del Consiglio

Roma – “Siamo molto preoccupati che in Italia non abbiate un’istituzione indipendente a livello nazionale che opera sotto l’Onu. Non avete buoni meccanismi per misurare queste problematiche che colpiscono le minoranze”. E’ quanto ha affermato Anastasia Crickley, componente del comitato Cerd Onu nel corso di “Mediamente Diversi”, un convegno europeo su giornalismo e immigrazione. “Nei media, rom, sinti e camminanti sono considerate persone per cui non si applicano le regole, si giustifica di parlarne in maniera non corretta – ha detto – i dati del censimento dei rom sono stati raccolti a volte in maniera discriminatoria e devono essere cancellati, questo era stato promesso, però se da parte nostra se non riusciamo a fare delle misurazioni non riusciamo a rispondere di quello che scriviamo.
Sulla situazione dei rom e dei sinti, anche quelli che sono cittadini sono segregati”.





PER IL GOVERNO E ANCORA "EMERGENZA NOMADI" RICORSO CONTRO IL CONSIGLIO DI STATO


Il governo Monti chiede di annullare la sentenza del Consiglio di Stato con cui lo scorso novembre è stata dichiarata illegittima l’emergenza nomadi su tutto il territorio italiano. Il ricorso è stato presentato il 15 febbraio alla Corte suprema di Cassazione dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, nella persona del Presidente del Consiglio, dal dipartimento della Protezione civile, dal ministero dell’Interno e dalle Prefetture di Roma, Napoli e Milano rappresentati e difesi dall’Avvocatura generale dello Stato. Secondo il documento “la sentenza del Consiglio di Stato non appare conforme a diritto nella parte in cui ha annullato il D.P.C.M. 21/5/2008 dichiarativo dello stato di emergenza e, di conseguenza, tutti gli atti adottati su quel presupposto”. Secondo il governo, quindi, i motivi del ricorso sono da individuare nell’ “eccesso di potere giurisdizionale” del Consiglio di Stato “per esercizio del sindacato di legittimità esteso alle valutazioni di merito riservate all’autorità amministrativa”, in relazione agli articoli 111 della Costituzione e 110 del codice del processo amministrativo. La sentenza n. 6050/2011 del 16 novembre del Consiglio di Stato sembrava aver messo fine ad una vicenda iniziata con una decisione del Tar del Lazio (n. 6352/2009) che nell’estate 2009 aveva accolto in parte il ricorso presentato dall’associazione per la difesa dei diritti dei rom European Roma Rights Centre Foundation e da due abitanti del Casilino 900, Herkules Sulejmanovic e Azra Ramovic, contestando i rilievi segnaletici, ma sottolineando tuttavia la necessità di “fronteggiare la situazione con mezzi e poteri straordinari”, quindi non accogliendo il ricorso sullo stato d’emergenza. La pronuncia del Tar fu successivamente sospesa per arrivare ad una sentenza del massimo grado della giustizia amministrativa alla fine dello scorso anno. A quanto pare, però, la partita non è chiusa. Secondo i ricorrenti, “la dichiarazione di emergenza è un atto di alta amministrazione”. Per questo, spiega il testo, il ruolo del Consiglio di stato, “non poteva spingersi al di là della verifica di un idoneo e sufficiente supporto istruttorio, della veridicità dei fatti posti a fondamento della decisione e dell’esistenza di una motivazione che apparisse congrua, coerente e ragionevole”. La dichiarazione dello stato di emergenza, secondo il testo “si fondava su elementi oggettivamente verificabili ponendosi come fase terminale di un’intensa, pregressa, serie di iniziative, non risolutive dei problemi evidenziati, poste in essere in particolare dai Prefetti delle province interessate”. Per tali ragioni, spiega il testo, il decreto del 21 maggio 2008 è “ampiamente motivato” e “certamente legittimo”, poiché l’emergenza, “era radicata su un’oggettiva situazione di pericolo, sotto il profilo igienico sanitario, socio-ambientale e della sicurezza pubblica, connessa all’insediamento, nel contesto urbano e nelle aree circostanti, di baraccopoli e campi abusivi”. Sul mancato preventivo ricorso a misure amministrative ordinarie, sottolineato dal Consiglio di Stato, i ricorrenti affermano che è stata trascurata “la mole di documenti” che dimostrano come le istituzioni centrali e locali stessero potenziando “le forme ordinarie di coordinamento tra gli organi investiti di responsabilità a diversi livelli sul territorio individuando anche la figura di un Commissario straordinario quale strumento idoneo a superare l’emergenza”, mentre gli strumenti ordinari “erano stati adottati infruttuosamente”. Il ricorso è stato presentato alcuni giorni prima della consegna da parte governo italiano alla Commissione europea della strategia nazionale per l’inclusione di rom, sinti e caminanti stilata dal ministro per la Cooperazione internazionale e per l’Integrazione, Andrea Riccardi. Lo stesso ministro, il 24 gennaio scorso nell’annunciare il piano ha affermato che “occorre uscire dalla logica emergenziale ed entrare in una fase di integrazione”. Una posizione ribadita anche nel testo della relazione al Consiglio dei ministri sulla strategia, dove in merito alla questione abitativa si propone il “superamento definitivo di logiche emergenziali”. Sulla questione è intervenuto anche il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, che figura tra i ricorrenti. Ad una interrogazione a risposta immediata (n.3-02153) della deputata dei Radicali Rita Bernardini lo scorso 7 marzo, Cancellieri ha affermato che “non rilevandosi più ragioni per rinnovare lo stato d’emergenza, il governo ha approvato e trasmesso alla Commissione europea un piano contenente una strategia complessiva relativa a rom, sinti e camminanti volta a favorire politiche inclusive di integrazione”. Il Piano, però, tra i fondi necessari alla sua realizzazione, fa riferimento anche a quelli residui stanziati per l’emergenza. Uno degli “assi di intervento” della strategia, infatti, prevede l’attivazione di “Piani locali per l’inclusione sociale utilizzando le risorse provenienti dalla trascorsa emergenza commissariale non impegnate”. Lecito domandarsi, quindi, se tali fondi avanzati verranno ancora destinati all’integrazione qualora la sentenza del Consiglio di Stato venisse annullata.

venerdì 30 marzo 2012




All'convegno di ieri, 29 marzo nella sala della lupa di Montecitorio
"Dalla esclusione alla inclusione - Strategia europea e azione italiana sul caso dei Sinti e Rom"
Gianfranco Fini:




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Rom/Sinti: Gianfranco Fini, loro condizione banco prova rispetto divieto discriminazione

ASCA) - Roma, 29 mar - ''La condizione dei Rom e' un banco di prova imprescindibile del reale rispetto del divieto di ogni discriminazione etnica, razziale o religiosa che costituisce un principio fondamentale dell'Unione europea, espressamente richiamato nella Carta europea dei diritti fondamentali''.

Lo ha detto il presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini nel suo intervento di apertura del convegno ''Dalla esclusione alla inclusione - Strategia europea e azione italiana sul caso dei Rom'' in svolgimento nella Sala della Lupa di Montecitorio.

Convegno che vede la partecipazione della vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding e del ministrodell'Integrazione e la cooperazione internazionale Andrea Riccardi.

La vicepresidente Reding ''ha il merito -ha sottolineato Fini- di avere posto come priorita' del suo mandato relativo alla giustizia ed agli affari interni la protezione e l'integrazione dei Rom, obiettivi che ha indicato come 'imperativo sociale ed economico per l'Unione e i suoi Stati membri'. Il suo impegno non si e' limitato alle parole, ma si e' tradotto in fatti concreti, mediante la definizione di una strategia europea, l'istituzione di una task- force e la mobilitazione dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali''.

''In tale ottica, anche a proposito della questione dei Rom, occorre mettere in guardia -ha proseguito Fini- da una pericolosa tendenza che si sta diffondendo sia nelle istituzioni europee sia nei governi nazionali; sempre piu' spesso si afferma che la crisi economica giustifica l'impossibilita' di affrontare qualunque altra questione.

Ebbene, questa pseudo giustificazione non puo' essere accolta soprattutto quando sono in gioco i diritti fondamentali e quindi la credibilita' dell'Europa come comunita' civile e democratica.

Uno dei principi-cardine del diritto comunitario - vale a dire la liberta' di circolazione delle persone - trova nei Rom, per il loro modo di vita, una particolare e significativa applicazione. Ne consegue che il raccordo tra il livello europeo ed il livello nazionale e' il punto-chiave per il successo dei programmi di integrazione''.

''Da parte dell'Italia c'e' una rinnovata volontà di collaborare strettamente non solo con l'UE, ma anche con le altre organizzazioni internazionali da tempo impegnate a tutela dei Rom, come il Consiglio d'Europa e l'OSCE'' ha affermato Fini che ha ricordato l'impegno degli organi istituzionali- Alla Camera il tema e' stato ripetutamente trattato dal Comitato permanente sui diritti umani, presieduto da Furio Colombo. E al Senato, ha ricordato Fini, la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani - presieduta dal senatore Pietro Marcenaro - ha condotto in questa legislatura un'indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia, le cui conclusioni sono state approvate all'unanimita'.

Ancora alla Camera, l'Osservatorio sui fenomeni di xenofobia e razzismo, coordinato dai vicepresidenti della Camera Bindi e Lupi, ha invece approfondito gli aspetti relativi all'opinione pubblica ancora molto preoccupanti se si pensa che le ricerche promosse al riguardo hanno evidenziato anche nei giovani un atteggiamento negativo superiore ai due terzi del campione.

''Infine -ha detto Fini-, la nomina nell'attuale compagine governativa, di un ministro per l'integrazione e la cooperazione internazionale, nella persona del professor Andrea Riccardi, rafforza certamente, anche in virtu' dell'esperienza e della competenza del ministro, la responsabilizzazione della politica nel promuovere il passaggio dall'esclusione all'inclusione''.

''L'Italia e' consapevole che lo sviluppo delle politiche di integrazione sociale ed economica dei Rom non puo' prescindere da una campagna di informazione e di educazione.

Il pregiudizio e' infatti sempre figlio dell'ignoranza.

Parallelamente -ha concluso Fini-, occorre coinvolgere maggiormente a livello istituzionale la popolazione Rom e far emergere nel suo interno interlocutori ed operatori validi.

Come e' osservato nella Comunicazione della Commissione europea, 'l'integrazione sociale ed economica dei Rom e' un processo su due binari, che richiede un cambiamento di mentalità sia da parte della maggioranza della popolazione, che da parte dei membri della comunità Rom''


La delegazione della Federazione Rom e Sinti Insieme e rimasta molto dispiaciuta Che per gli innumerevoli impegni, la vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding e il  ministro dell'Integrazione e la cooperazione internazionale Andrea Riccardi, , non gli ha potuto dedicare nemmeno un 2 minuti di tempo per presentarsi e ringraziare della loro lavoro per i Sinti e Rom. 


Segretario generale Radames Gabrielli






















giovedì 29 marzo 2012



PERCHÉ  E COSA E’ LA MICROAREA !
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Come moltissimi anni fa ancora oggi ci sono intere famiglie di sinti, rom senza nessuna abitazione decente dove poter vivere con i propri famigliari, trovare un lavoro definitivo e frequentare tutte le scuole necessari per ottenere un diploma. Tantissimi sono ancora alle porte delle citta (aree di fortuna, tante volte nelle discariche cittadine abusive), vicino ai fiumi, autostrade e nelle peggiori sistemazioni senza i necessari servizi di sopravvivenza come  l’acqua, l’energia elettrica e i servizi igienici. Tantissime famiglie sono rinchiuse ormai da anni in enormi campi costruiti solo per concentrare tutti  sinti e rom in un unico posto, per tenerli sotto controllo a tempo indeterminato, sorvegliati speciali solo per colpa di essere un etnia di un ceto debole.

L’habitat per i Sinti deve essere di libera scelta,
senza nessun obbligo di dover vivere dove gli si impone di vivere.
Non bisogna pensare ad una sola soluzione, ma bisogna pensare e favorire le soluzioni diversificate quali: le microaree, l'accesso semplificato all’appartamento o all'acquisto di terreni agricoli su cui poter edificare anche in autocostruzione.

Dì perché le microaree e della loro realizzazione c’è ne sono molti, i principali da mettere al primo posto è il superamento dei enormi campi nomadi sovraffollati fino ad essere compresse da una moltitudine di famiglie Sinte. Per dare un abitazione decente a tutte le famiglie che abitano nelle aree di fortuna, (baraccopoli, roulotte, container ecc.) in un modo incivile senza nessun servizio indispensabile per ogni forma umana. Per la maggior parte della popolazione maggioritaria che non accetta di buon grado a vivere e avere come  vicini di casa una famiglia Sinta.

Ma che cosa è una microarea

La microarea e un'area con una metratura adeguata alla necessità d’allargamento futuro, dove ogni singola famiglia formata da genitori e figli dispone di uno spazio privato con delle abitazioni  doc (anche auto costruite) attrezzate con tutti i servizi adeguati.
Le microaree non sono custodite, ma affidate alla responsabilità delle persone che la occupano, cosi come un qualsiasi appartamento concesso in affitto.
Le microaree per molti Sinti sono la soluzione abitative migliori perché non obbligano a rifiutare le proprie usanze, culture , tradizioni e lingue.
La microarea porta al miglioramento la vita del popolo Sinto senza denigrarla.
La microarea è il primo passo per aiutare il popolo Sinto a uscire dalla povertà ecc.

La Microarea è un area predisposta soltanto per una famiglia allargata, composta di genitori, figli e nipoti, dove nessun altra famiglia Sinta può introdursi, se non ché abbia un permesso speciale dalla famiglia stessa o dal sindaco, ma anche un area di sicurezza, e non solo per i Sinti ma anche per i vicini e gli enti locali, ma soprattutto è una area dove si può salvaguardare la propria Tradizione, la propria Cultura, l’Usanza e la propria Lingua madre, un area dove i diretti gestori sono proprio gli affittuari stessi pagando un normale equo canone d’affitto con spese di gestione ecc. senza che il comune abbia la necessità a dare in gestione ad enti, associazioni o cooperative private come un normale campo nomadi spendendo moltissimi soldi ogni anno, un area definitiva adeguata per il prossimo futuro (includendo le nascite e le perdite della famiglia ) attrezzata di fabbricati ( legno o muratura) con tutti gli servizi necessari a offrire un adeguato sistema abitativo, accessibile a tutti gli servizi come autobus, scuola, negozi ecc. sita in località lontana da fiumi, autostrade, depositi immondizie e dalla periferia delle città ecc. Nella fase di ricerca dei terreni e della progettazione delle microaree è fondamentale che siano coinvolte le famiglie Sinte interessate.


Da sottolineare che anche se attrezzate di servizi adeguati dove vivere a tempo indeterminato, la microarea non è una soluzione definitiva per tutte le famiglie Sinte, tante famiglie Sinte già da anni hanno deciso di acquistare delle aree di propria proprietà scegliendo dei terreni agricoli i cui costi sono più accessibili rispetto ai terreni edificabili per poter vivere con la propria famiglia allargata in  un area di propria proprietà.

Queste tipo di abitazioni, la microarea è  il terreno agricolo di proprietà, nasce soprattutto per far uscire dai enormi campi nomadi tutte quelle famiglie che non si conoscono fra di loro, famiglie sconosciute con origini, culture, tradizioni e lingue totalmente diverse, che varie volte porta il caos quasi totale tra i bambini, vivere tutti insieme, in un grande campo comporta ad avere amici di varie etnie, con dialetti e lingue completamente diverse dalle proprie, i bambini giocando fra di loro tutti i giorni, solo per capirsi e tante volte senza rendersene conto sono obbligati ad insegnare all’amico la propria lingua madre, arrivando in un punto dove non capiscono più quale e la loro vera madre lingua, ma il problema non colpisce solo i bambini, ma anche i stessi genitori che non riescono più a capire i propri figli, sentendo parole nuove devono farsi spiegare il significato della parola detta, perciò si sentono smarriti e traditi, perché consapevoli del pericolo che si sta creando, la loro madre lingua originale sta scomparendo e con essa la tradizione, la cultura, l’usanza e il loro modo di fare.
Grazie al vivere in un campo nomadi interculturale si sta perdendo tutti i principi fondamentali della propria famiglia.

Ma soprattutto la microarea e il terreno agricolo di proprietà e la prima opportunità abitativa per tutte quelle persone Sinte che stanno vivendo in una realtà incivile, che abitano con i propri famigliari, bambini, donne e anziani, in accampamenti di fortuna nati al momento senza nessun servizio come acqua, luce e servizi igienici, ma circondati da topi che scorrazzano a destra e a sinistra, rospi e insetti di ogni genere, aree siti in ogni appezzamento di terreno trovato libero, sui marciapiedi delle strade, vicinissimi ai fiumi, nelle campagne e boschi fitti, o in case diroccate e abbandonate, sotto i ponti e tante altre realtà che hanno già causato parecchie disgrazie.


L’abitazione migliore e veramente definitiva per i Sinti in Italia !!

l’abitazione migliore, concreta, definitiva per i sinti principalmente non l’appartamento in centro città come tante persone credono, anche se sembrerebbe di si, non lo è,  i motivi sono di varie nature, questo tipo di abitazione per i Sinti va benissimo ed e stabile fino a che i figli non crescono e si sposano avendo poi i propri figli, infatti tanti genitori che hanno scelto l’appartamento come abitazione, dopo la crescita dei propri figli e alla nascita dei nipoti, vorrebbero uscire per andare a vivere e invecchiare con i propri famigliari in una microarea.


Parecchie famiglie sono state obbligate ha fare questa grandissima scelta, solo per poter avere un lavoro e una casa per la propria famiglia allargata, hanno scelto di nascondere, di ripudiare la propria etnia d’appartenenza, non per scelta, ma per sopravvivenza ben consapevoli di dover perdere la propria Tradizione, Cultura, Usanza e la propria Lingua madre, oggi i loro figli non capiscono e non parlano più la propria lingua, grazie al doversi integrare completamente ed essere obbligati a nascondere la propria etnia d’appartenenza, hanno completamente dimenticato i propri valori e principi tenuti in vita dai loro avi per millenni.

Ma mentre queste famiglie, obbligatoriamente hanno scelto di integrarsi completamente, altre  famiglie che sono entrate spontaneamente nei appartamenti, hanno voluto perdere questi valori solo perché si vergognavano della propria etnia d’appartenenza, senza capire che era molto più vergognoso perdere e negare la propria etnia d’appartenenza.

Altre famiglie che vivono in appartamenti da moltissimi anni, sono riusciti a tenere e salvaguardare  le proprie Tradizioni, Culture, Usanze e la propria lingua madre, si sono adeguate a vivere nei appartamenti, senza dover mai perdere le propri origini, sono riusciti a salvare  principi e valori, grazie a dei vicini Gage che hanno capito la loro diversità di culture, tradizioni, usanze e modi di vivere e li hanno accettati rispettando i loro valori convivendoci e lasciandogli le origini.

Ma il come e dove vivere con la propria famiglia allargata o singola, deve essere una scelta propria e condivisa dalla propria famiglia, nessuna famiglia composta da esseri umani deve essere obbligato a dover scegliere di ripudiare la propria famiglia, le proprie tradizioni, culture, lingue e l’etnia d’appartenenza per ottenere un diritto che e di diritto di ogni persona umana e civile di questo mondo.
Perciò l’accesso all’appartamento, al terreno agricolo e alla microarea, deve essere una scelta libera senza essere condizionata, obbligata a accettare delle condizioni speciali.


Dopo avere valutato questi e altri problemi, abbiamo constatato che l’abitazione concreta, sicura e migliore per i Sinti, e quella dei terreni di propria proprietà. Questa soluzione è soprattutto per le famiglie Sinte perché il terreno di proprietà viene sentito come punto di riferimento stabile che si contrappone alla precarietà continua dei campi nomadi.

Nel terreno privato si può vivere con la propria famiglia allargata, potendo scegliere i propri vicini.
Fin ad ora per molte famiglie Sinte che hanno deciso di acquistare dei terreni come realtà di scelta abitativa, ha avuto molto successo, soprattutto perché ha dato la possibilità ad uscire completamente dalla realtà dei campi nomadi, di non essere più succube da altre persone e di dare una possibilità ai propri figli di avere un futuro migliore, dove potere permettere di frequentare tutte le scuole per quello che vorrà fare in futuro, senza doverle cambiare perché scacciati da varie città.
Per questo e altri motivi, tante famiglie Sinti ne stanno seguendo le orme, perché hanno capito che un terreno agricolo di propria proprietà e un futuro certo per i propri figli e nipoti.


Il terreno agricolo di propria proprietà e le microaree famigliari hanno la possibilità di salvaguardare i principi, i valori dei sinti togliendo tantissime famiglie dalla strada dandogli un tetto per coprire i propri figli, perciò bisogna coinvolgere e convincere il governo, la regione, la provincia e il comune ad abbandonare l’idea dei grandi campi nomadi ad adottare il concetto delle microaree e dei terreni privati, inserendo delle modifiche sulla legge dell’edilizia agevolata del Testo unico n. 380/2001, Solo così potremo finalmente arrivare alla fuoriuscita dalle situazioni di precarietà abitativa e eliminare gli accampamenti “obbligatoriamente” abusivi.

Segretario generale Federazione Rom e Sinti Insieme
Radames Gabrielli
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martedì 6 marzo 2012


"Il 'diverso' non è una minaccia da eliminare"
Le Acli cittadine intervengono a sostegno del percorso di legalità per il campo Sinti di via Lazzaretto, una scelta dell'amministrazione comunale che ha fatto discutere
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Ho letto questo articolo su :
e mi piace molto perciò ho deciso di portarlo sul blog della federazione.

radames gabrielli
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Riceviamo e pubblichiamo la nota del Circolo Acli di Gallarate sulla vicenda del campo Sinti di Gallarate, ritornata pienamente d'attuaità dopo la decisione della maggioranza di centrosinistra - contestata dalla Lega Nord - di avviare un nuovo percorso di legalità evitando lo sgombero del campo.
La recenti decisioni con cui l’Amministrazione di Gallarate ha inteso avviare ad una soluzione dignitosa il contenzioso con le famiglie Sinti residenti nel nostro comune ha suscitato, come prevedibile, reazioni sia di calda approvazione che di aspra riprovazione. Come ACLI, coerentemente a quanto anche fatto e detto, siamo nel novero di coloro che leggono nell’azione dell’Amministrazione non buonismo di bassa lega, ma coraggio. Quel coraggio che ci vuole a restare ancorati ad un’idea di convivenza civile sviluppata tramite l’inclusione e l’accoglienza, curando nello stesso tempo una contrattualità sociale basata anche sulla legalità, poiché siamo liberi anche in virtù delle leggi e delle norme, e non liberi perché affrancati dalle leggi. Certo, va riconosciuta la dignità anche delle idee di coloro che non la pensano in questo modo, e questo è frutto del coraggio di chi ha dato la vita affinché tale condizione, chiamata democrazia, potesse realizzarsi. Ma c’è un punto sul quale, necessariamente, la divaricazione tra ciò che è eticamente e moralmente accettabile e quello che non lo è, non è più possibile discutere, e va messo un pilastro inamovibile. Non si tratta più di PGT, norme, leggi, contratti, mediazioni culturali o salvaguardia della popolazione cosiddetta autoctona. E sta francamente diventando velenosamente noioso confrontarsi con chi tenta continuamente di spostare quel pilastro per interessi di parte.

Da quanto leggo riguardo ad alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa, una delle cose che maggiormente sembra indispettire è che queste famiglie “si ostinano a voler portare avanti uno stile di vita che è assolutamente diverso da quello degli altri cittadini”. Si può capire come questa cosa crei perplessità e disagio, e d’altra parte comprenderla richiede un bagaglio culturale ed una sensibilità alla comune condizione umana che sono frutto di scelte personali, e quindi non sempre presenti. Ma con questi atteggiamenti ed i conseguenti linguaggi siamo ancora nel campo della discriminazione, della diffidenza e della paura di ciò che non comprendiamo e che non vogliamo comprendere.

Non è questa la sede opportuna per considerare i necessari riferimenti valoriali. Ma intendiamo riaffermare che “il diverso” non può essere considerato una cosa incomprensibile e fastidiosa, e quindi una minaccia da eliminare: questa è una filosofia di esclusione che mette in pericolo, nei fatti, ognuno di noi, alimentando la vera insicurezza, i veri rischi per una convivenza sociale pacifica e proficua.

Inoltre, da parte nostra ribadiamo l’esigenza fondamentale della costruzione di una comunità intesa come un “noi”, perché un territorio che non sia anche comunità é privo del senso di appartenenza, e la comunità stessa resta utilizzabile solo come scenario, e non come attrice delle proprie vicende. Anche se fra noi ci sono i credenti della discriminazione e della razza, ognuno dei quali nutre e mantiene le proprie sicurezze; davvero siamo certi che è di quelle sicurezze e certezze che abbiamo bisogno?

Noi siamo convinti che la democrazia, anche a casa nostra, si misura da come siamo capaci di vivere la solidarietà nella società civile, ogni giorno. E non è più il tempo per parlare di democrazia in termini generali. Occorre invece tornare a confrontarsi costantemente con l’idea di un processo in continuo sviluppo, mai concluso e tanto meno dato per scontato, di un contesto sociale che concilia le libertà, i diritti e la dignità dei singoli con le esigenze di una degna convivenza civile, e quindi attrezzato con forme di tutela, garanzie e controlli centrati sulla partecipazione decisionale e la condivisione di benefici e svantaggi. Questo confrontarsi significa prendersi cura della democrazia e della società civile: assumere questo modo di guardare al contesto in cui viviamo è sostenere che esiste un potenziale innato in ciascuna persona, in ciascun compito, in ogni problema da affrontare.

Siamo chiamati dai tempi ad affrontare, in modo cooperativo e condiviso, un nodo centrale: produrre modalità non per governare in modo diverso la comunità, ma per avviare processi affinché un’altro modo di essere comunità sia possibile. Quelle famiglie son lì a ricordarcelo,


per Circolo ACLI Gallarate
Carlo Naggi, Presidente

lunedì 5 marzo 2012


HAMMARBERG:
NELL’EUROPA DI OGGI ROM E SINTI SONO ESPOSTI  FRME DI RAZZSIMO

Bruxelles - “In numerosi Paesi Europei, i rom e i sinti sono ancora privati dei diritti umani essenziali e sono vittime di lampanti episodi di razzismo”. E’ quanto ha dichiarato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, commentando la pubblicazione del suo rapporto intitolato “I diritti umani dei rom e dei sinti in Europa”. I rom e i sinti –ha aggiunto - “sono nettamente svantaggiati rispetto ad altri gruppi di popolazione nel campo dell’istruzione, dell’occupazione, dell’accesso a un alloggio decente e all’assistenza sanitaria. La loro speranza di vita è inferiore alla media e il loro tasso di mortalità infantile è più elevato di quello degli altri gruppi.

Il Rapporto è il primo che considera la situazione nei 47 paesi membri del CdE, dove i rom sono “la minoranza più numerosa e al contempo più vulnerabile”.
Per Hammarberg “l’antiziganismo continua a essere diffuso” e punta l’indice verso “discorsi incitanti all’odio” provenienti da alcuni politici, mass media e gruppi estremisti presenti su internet.
“Questo clima relega i rom in una logica di ineguaglianza e di esclusione”, mentre
“i politici eletti devono dare l’esempio rispettando e difendendo i diritti di ciascuno”.

Il rapporto affronta vari temi come i diritti economici e sociali, la libertà di circolazione e i problemi connessi con l’apolidia, la partecipazione alla vita pubblica.
Il documento del Consiglio d’Europa - diffuso oggi - presenta una serie di misure che potrebbero essere assunte dai governi sul versante dell’educazione, della sicurezza e dei diritti; chiede inoltre una “commissione per la verità”, intesa a far luce sulle atrocità commesse nella storia verso gli zingari